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LE NEWS DEL NON PROFIT DAL GIORNALE DI BRESCIA

Dal Giornale di Brescia del 04/08/2008

Dodici bimbi saharawi affetti da disabilità sono ospiti della comunità di Gavardo. Gara di solidarietà 

Sahara chiama, Brescia risponde

Singolare caso di un popolo che ha «riprodotto» il proprio Stato in terra d’esilio

GAVARDO

Nonostante sia periodo di vacanza, c’è un’insolita animazione, in questi giorni, nella scuola materna di Gavardo.
Dodici bambini, maschi e femmine, dai 6 ai 12 anni, affetti da handicap fisici o mentali, sono ospiti in queste stanze, grazie alla generosità della comunità locale. Qui dormono, mangiano, giocano e vivono una breve parentesi di serenità e di sollievo, visto che dalle loro parti, in questo periodo, ci sono 50/55 gradi di calore e non c’è un solo albero sotto cui trovare riparo, come mostrano le foto che hanno portato con loro.
Sono bimbi Saharawi. Provengono dai campi profughi di Tindourf, nell’estremo Sud dell’Algeria desertica. Sono affetti da patologie, anche serie, dovute alla malnutrizione, ai disagi della prenatalità, alla natura inospitale, in senso lato: alla povertà.
Appartengono a un popolo fiero e sfortunato, da 30 anni costretto all’esilio. In questi bambini, il dramma umano individuale e il dramma sociale e politico dell’etnia d’appartenenza, si mescolano in un tutt’uno.
Sono arrivati martedì scorso e si fermeranno fino al prossimo venerdì. Mezza Gavardo si è mobilitata per farli sentire a loro agio: la Giunta comunale, con in testa il sindaco Giambattista Tonni e l’assessore alla Cultura, Marco Piccoli; l’Associazione volontari gavardesi; il gruppo dei Boy Scout; gente comune; persino un circolo di tifosi, il Milan Club. Con loro, la signora Rossana Berini, responsabile della onlus marchigiana «Rio de Oro», che ha fatto da tramite tra Gavardo e Tindourf e il giovane medico saharawi, Said Hamudi Ali, che fa da interprete ed è responsabile del gruppo di bambini.
«Siamo un popolo occupato e senza patria da oltre trent’anni - racconta Said -. Fino al 1975 la nazione Saharawi (nulla a che vedere con i tuareg ndr) era colonia spagnola, con il nome di Rio de Oro. La regione, incuneata tra Marocco e Mauritania, è ricca di fosfati, con il litorale atlantico pescosissimo e con interessanti riserve di petrolio e di gas. Quando gli spagnoli se ne andarono, la nostra terra fu subito occupata dal Marocco. I saharawi, organizzati nel Fronte Polisario, presero le armi e la guerra andò avanti fino al 1991. Riconquistammo una certa parte di territorio, ma la nostra avanzata fu bloccata dalla costruzione, da parte del Marocco, di un muro lungo 2.400 chilometri e altro dai 20 ai 30 metri, che bloccò la nostra lotta.
In quello stesso periodo, all’inizio degli anni Novanta - ricorda Said - intervenne l’Onu, che creò la missione "Minurso" che, da allora, si occupa della questione saharawi. La guerra fu congelata. Ma il nostro popolo si trovò diviso in due: all’interno del muro vivono tutt’ora, come popolazione occupata, circa 600mila saharawi, mentre altri 200mila vivono all’esterno, in esilio, in Algeria.
Il problema è che il Marocco ha incentivato l’immigrazione dei suoi cittadini nel territorio occupato, concedendo terre, incentivi, opportunità di lavoro. In questo modo ora, nell’ex Rio de Oro, vivono molti più marocchini che gente saharawi: siamo diventati minoranza in casa nostra. Un po’ quello che ha fatto la Cina in Tibet. Possiamo chiamarla diluizione etnica». «Abbiamo proposto varie soluzioni. Abbiamo chiesto un referendum sotto egida Onu. Ma Rabat lo ha bloccato. Abbiamo avanzato l’idea dell’autonomia, ma dopo un po’ di tira e molla, il Marocco l’ha lasciata cadere. Abbiamo proposto di aprire negoziati. Finalmente, dopo tre decenni, l’anno scorso una delegazione saharawi e una marocchina si sono incontrate a New York per la prima volta. Intanto il tempo passa».
Il fatto singolare è che l’Algeria ha concesso ai saharawi 100 chilometri quadrati di territorio desertico, nei pressi di Tindourf, nell’estremo Sud. Su quest’area i saharawi hanno riprodotto, in formato microscopico, il loro Stato, dividendo la regione in quattro province (wilaya), ognuna con il nome delle province dell’ex Rio de Oro, e ognuna con giurisdizione su sette comuni (o dayra). C’è una capitale, Rabuni, con gli uffici governativi e un ospedale nazionale. È stato organizzato un capillare sistema sanitario e scolastico e di distribuzione dell’acqua. In questo «Stato in esilio in formato mignon» vivono 200mila persone.
«Abbiamo problemi immensi - dice Said -. Intanto le malattie endemiche: soprattutto diabete, affezioni respiratorie e cardivascolari. Poi c’è la questione del lavoro che proprio non esiste. Per l’80 per cento dipendiamo dagli aiuti umanitari e per il 20 per cento dalle rimesse degli emigrati. Il fatto è che tutti ci mandano farina e scatolame vario. Sempre le stesse cose. Alla dieta della nostra gente mancano totalmente le protine, il ferro, il potassio e il calcio. In altre parole la carne, il pesce e il latte. Molti bambini nascono con malformazioni che potrebbero essere anche curate e risolte - come quelle di molti bambini che sono qui ospiti a Gavardo - ma mancano i mezzi».
Mentre parliamo nel prato di una baita sul monte Tesio, la montagna dei gavardesi, i bimbi saharawi giocano nell’erba, vi si rotolano, quasi ci nuotano dentro: non hanno mai visto tanto verde in vita loro.
«Sarebbe bello - interviene Rossana Berini della onlus «Rio de Oro» - che l’esempio della comunità di Gavardo si diffondesse e che si creassero gruppi di volontari che lavorassero per i bambini saharawi in difficoltà. Speriamo che questo seme germogli».

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